San Libero – 230

11 maggio 2004 n. 230

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Washington. Dal nostro inviato Vittorio Zucconi. “Praticamente un ultimatum” è il commento di tutti dopo la conferenza-stampa di ieri sera alla Casa Bianca. “Le torture con cui i governanti dell’Iraq s’illudono di mantenere il potere a Bagdad – ha dichiarato il presidente – sono ormai documentate oltre ogni dubbio. Come anche gli episodi, almeno tre, in cui i militari del regime hanno aperto indiscriminatamente il fuoco sulla folla
“Mr President – ha chiesto un inviato – cosa può dirci sulla questione delle armi di distruzione di massa?”.
“Abbiamo prove inconfutabili secondo cui armamenti nucleari sono stati dislocati sia nella regione irakena che nei paesi confinanti, a cominciare dal Kuwait e dall’Arabia Saudita fino alla Palestina. Essi sono un pericolo per l’intera umanità. Non bisogna dimenticare che il governo che in questo momento dispone dell’Iraq non ha mai voluto aderire ai tratatti internazionali contro le armi chimiche e batterologiche e ha platealmente denunciato tutta una serie di trattati che limitavano gli armamenti nucleari”.
“Cosa può dirci delle voci di trattative col numero due del regime, l’ex capo delle forze armate Colin?”.
“E’ fuori gioco da molto tempo, e noi riteniamo che le sue aperture siano più che altro un pretesto per prendere tempo. Del resto, che trattative possono esserci con un regime che ancora pochi giorni fa si è pervicacemente rifiutato di concedere le libere elezioni richieste da tutte le componenti religiose e laiche del paese?”.
“Ma il segretario delle Nazioni Unite ha detto…”.
“Non possiamo aspettare le Nazioni Unite: ogni indugio equivarrebbe a una complicità nei confronti di un regime che dichiara apertamente di non voler tenere in alcuna considerazione le leggi internazionali universalmente riconosciute e la stessa autorità delle Nazioni Unite. Difenderemo la sicurezza della nazione anche con le sole nostre forze. Porremo fine alle torture e al terrorismo, porteremo la democrazia nel Medio Oriente, non ci lasceremo intimorire dai nemici dei diritti umani e della libertà”.
Dure ed esplicite, le dichiarazioni della Casa Bianca non hanno destato grande entusiasmo in Europa (a parte l'”adesione incondizionata a questa guerra santa per la civiltà” del leader italiano Berlusconi e il “favorevole nel complesso” di Tony Blair) ma hanno fatto balzare al 62,5 per cento la popolarità del presidente. Del resto basta girare un po’ per le strade, parlare con la gente comune, per capire come il discorso presidenziale abbia toccato stavolta corde profonde. “Con quei bastardi bisogna farla finita – ci ha detto senza esitare il tassista che ci accompagnava all’aeroporto – Io ho sempre votato democratico, ma stavolta bisogna fare come dice lui. Sarà un figlio di puttana, d’accordo, sarà al potere grazie ai suoi parenti, avrà rubato sul petrolio e tutto il resto, ma è uno con le palle, il presidente Hussein, è il nostro presidente”. E ancora una volta niente sembra arrestare l’ascesa del candidato favorito alla presidenza degli Stati Uniti, l’inaffondabile Saddam “Dabbliù” Hussein.

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Informazione. Alla fine del ’99 numerose voci, raccolte fra gli emigranti, parlavano di abusi nel “centro di accoglienza temporanea” di via Corelli a Milano, ermeticamente (e illegalmente) chiuso a qualsiasi ispezione sia di giornalisti che di parlamentari. Un giornalista del Corriere, Fabrizio Gatti, decise di fingersi extracomunitario, entrare nel centro e svolgervi un’inchiesta, che uscì il 6, 7 e 8 febbraio 2000 ed ebbe un’impatto tale da costringere le autorità, nel giro d’un mese, a chiudere il centro. Durante l’inchiesta, il giornalista “estracomunitario” aveva subito la sua parte di soprusi: spogliato, perquisito dappertutto senza avvocato e preso a ceffoni. Adesso è stato condannato da un tribunale della Lombardia per “avere dato false generalità” ai poliziotti di guardia al centro.
(Pochi giorni fa, nel lontano Iraq, un altro giornalista coscienzioso – Attilio Bolzoni – è stato invece messo sotto inchiesta dalla polizia militare italiana per aver *cercato*, mediante richiesta ufficiale di documenti, di procurarsi informazioni sul comportamento delle truppe italiane sul posto).

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Rai. L’amore è quella cosa che ti fa battere più forte il cuore. L’amicizia è una delle cose più importanti della vita. I prepotenti prima o poi la pagano. E così via. Ciascuno di questi originali concetti, allargato a centosessanta pagine di un apposito libro, ha fruttato al “sociologo” Alberoni la palma di autore più soporifero e banale dell’intera letteratura italiana dal Ritmo Laurenziano in poi. Eliminata, dopo il garbato dibattito (“ti prendo a calci in culo”) propedeutico, l’Annunziata, all’Alberoni è toccato presiedere, sia pure pro-tempore, i vertici aziendali della Rai. Semplicemente meraviglioso.

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(Poichè il Banale è prolifico, c’è pure un’alberonessa che, sulla scia del consorte, non ha mancato di contribuire con qualche volume analogo ai Baci Perugina. Mi aspetto, se non c’è già, di ritrovarla in pompa magna alla Rai, assieme alla segretaria di Berlusconi, al direttore della Padania e all’altra fauna congiunta. Ma perché tener fuori la Vanna Marchi, a questo punto?).

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Noi come individui siamo sotto la dittatura di noi come massa.

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Titolo. “Sopravviverà l’America fino al 2014?”.

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Muri di Roma. “Oggi 11-3-94 mi sono fitanzata con Valerio”

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Difesa della famiglia. La cattolica Sicilia è all’ultimo posto in Italia in termini di ricchezza familiare. La miscredente Emilia-Romagna è al primo

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Torture. Su istanza della Lega, il nome di Piazza Beccaria è stato cambiato e ora si chiama Piazza Generalessa Karpinski.

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Dilemma. Repubblicani o democratici, Karpinski o Lewinski?

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Stato sovietico. Meno male che in Italia non c’è il communismo. Col communismo tutte le aziende sono pubbliche e dipendono dal buon comportamento del governo. Un ministro viene sorpreso con uno spacciatore di coca? Immediatamente il suo ministero (poniamo, quello dell’economia) smette praticamente di funzionare. Un altro ministro viene colto a dire “La compagnia aerea popolare è un cesso!” e immediatamente la linea aerea, abbandonata da tutti, è costretta a mettersi gli aerei all’asta. Il popolo tumultua? Immediatamente il presidente del Soviet annuncia: “domani leveremo tutte le tasse!” e se ne va a letto tranquillo. (Della faccenda degli aerei, c’è il filmato: si vede il ministro suddetto, con cappottone colbacco e tutto, che annuncia: “Fuorse duopoduomani chiudiamo l’Aeroflot e chi s’è visto s’è visto!”: alcuni secondi dopo si vede un Ilyushin-47 cominciare a piegare le ali, accartocciarsi gli alettoni, sgonfiarsi le gomme del carrello e adagiarsi delicatamente sul prato.

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Giordania. Il governo imprigiona le donne minacciate per motivi d'”onore” e non i parenti maschi che le minacciano: questi ultimi, quando arrivano a uccidere le congiunte”disonorate”, ricevono pene minime grazie all’attenuante dello “stato di furia” derivante da un “atto illegale o pericoloso” da parte della vittima. La denuncia è di un rapporto di Human Rights Watch, che precisa come quest’anno almeno quattro donne siano già state uccise in questo modo; le più fortunate vengono mandate in carcere “per difendere la loro stessa sicurezza” e vi rimangono finché un parente maschio non garantisca per loro. Nella cultura giordana costituiscono violazioni all'”onore” parlare con uomini sconosciuti, sposarsi senza l’approvazione della famiglia, avere rapporti pre-matrimoniali o una gravidanza fuori dal matrimonio. Esattamente come nella cultura siciliana fino agli anni Sessanta, in ossequio alla quale nel codice penale italiano fino a quarant’anni fa era prevista – come in Giordania – l’attenuante del “delitto d’onore”.
Info: eco_fabiocchi@tin.it

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Italia. Il governo italiano, dopo circa sessant’anni, ha annunciato che verranno versati gli emolumenti arretrati (in caso di premorienza, agli eredi) ai membri delle forze armate dell’Impero: ascari dell’Eritrea, zaptiè libici, buluc-basci somali, tutti i soldati insomma delle varie colonie che venivano reclutati, per denaro, sul posto e poi mandati a combattere per conquistare altre colonie da qualche altra parte. Si teme, diversamente facendo, di alimentare un clima di sfiducia verso il sano mestiere di mercenario, di cui invece c’è tanto drammatico e attualissimo bisogno.

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Parole. Patria, country, gente, people; monde.
In italiano e in tedesco (terra dei padri, Vaterland) la patria è una grande famiglia autoritaria (prende il nome dai padri, non dai ragazzi o dalle donne) e solenne, un pò intimidente; appartiene ad altri, più “grandi” e più legittimati di noi; possiamo darle qualcosa, ma non essere lei: si guarda dal basso in su.
In inglese, “the country” è semplicemente un territorio (anzi, idealmente, una campagna) in cui viviamo insieme: ha un che di quotidiano e dimesso; possiamo abitarci, andarci a lavorare, passeggiarci; non è possibile irrigidirla in monumenti nè usarla hegelianamente; la country va e viene come tutti gli altri soggetti del paesaggio e sfuma nostalgicamente nel tempo. Produce emozioni (dimesse) solo in quanto contiene occasionali e concreti esseri umani; e anche fiori, scogliere, colline, cavalli, cani: “quei” fiori, “quelle” scogliere, “quelle” colline, non abitate da alcun dio ma banalmente riempite dai ricordi nostri.
Mentre la patria è abitata da un Popolo (nei giorni solenni: ma in tutti gli altri dalla gente), la country è percorsa da un people minuscolo che vive le sue faccende dimessamente: la stessa parola rappresenta la gente che spettegola, vive, ama, prende il metrò ogni giorno e il Popolo cui si fa appello in tempo di guerra. “We, the people of the united states” è assolutamente intraducibile in italiano: esattamente come un americano non capirà mai del tutto come “alla gente” quest’anno possano piacere i capelli corti e Berlusconi.
(Sul termine italiano – e solo italiano – “gente” ci sarebbe da chiacchierare, se ne avessimo il tempo: “gens”, in lingua originaria, è un concetto molto limitato, appena un tantino più grande della famiglia; ed ha avuto fortuna; “populus” – res publica, publicus, ecc. – invece è il concetto del collettivo puro, del “tutti insieme”, ed è stato tranquillamente esiliato nei manifesti murali e nei discorsi dei professori).
I tedeschi hanno un Volk, che ancora fa paura: è un Popolo più corto, più secco e più utilizzabile senza arrotondare la bocca.
E in Francia? In Francia, vale a dire in Europa, se le venticinque o mille persone più vicine a me agiscono o ragionano o parlano in una determinata maniera, sarà “le monde” o “tout le monde” o almeno un impersonale e onnicomprensivo “on” a fare, ragionare o pensare in quella determinata maniera: il postulato è che queste venticinque o mille persone – moi compreso – si trovano esattamente al centro dell’universo civile e dunque non è razionalmente concepibile, nel monde, un’azione o un pensiero differente. La città, in altre parole, è il mondo. Ed è la visione dei greci, sostanzialmente, con l’unica differenza che anzichè una sola Parigi essi ne vivevano decine, ognuna – per quanto piccola – in sè completa. “Politica” è l’arte di vivere insieme nella città ed è, naturalmente, una parola greca.

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Sono stati due i genocidi, almeno due. Uno fu l’Olocausto, scientifico e concentrato in pochi anni. L’altro, quello del Nuovo Mondo, ha richiesto due secoli – non c’era ancora un Hitler, nè come tecnologia nè come cultura – per andare a buon fine. Entrambi fanno parte di noi, entrambi c”insegnano qualcosa. Entrambi sono le tentazioni costanti della nostra parte malata.
Dei due, in questo momento, il più pericoloso e attuale è il secondo. Spingere indietro, escludere, colonizzare. Avere una fase eroica, di rischi affrontati insieme, disciplinarsi fermamente, tener testa ai selvaggi, senza paura. E in premio di questo coraggio, alla fine, una famigliola felice che tranquillamente semina la terra (adesso sua) rimuovendo le ossa che affiorano, ultimo involontario lascito di altri esseri umani. Il genocidio riuscito, insomma.
La nostra bella civiltà – “bella” senza ironia; quasi con tenerezza – si basa anche su questo. Non rimuoviamo questo fatto. E non ripetiamolo, soprattutto.

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Gli amici politici. Falene attorno alla lampada del potere.

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Salvo wrote:
< Avrete sentito le dichiarazioni di Andreotti circa la dipartita di don Tano Seduto? Una vera e propria confessione. Ha detto di non aver mai incontrato Badalamenti in questa vita ma di ritenere possibile un incontro nell’altra. L’Andreotti sagace, quello che va alle comunioni e mai ai funerali (soprattutto delle vittime di mafia), avrebbe risposto: “E’ morto Badalamenti? Che vuole che le dica, in questa vita non l’ho mai incontrato e non credo d’incontrarlo neppure nell’altra perchè sono destinato a un luogo diverso dal suo”. Decisamente ha perso smalto e ora abbiamo la certezza che Belzebù andrà nello stesso posto di don Tano Seduto e finalmente giustizia sarà fatta >

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giovanni.colombo@fastwebnet.it wrote:
< Come ulivista della prima ora (febbraio 1995), alle prossime europee non potrò non votare “Uniti nell’Ulivo”. Da tempo anch’io auspicavo la convergenza in un unico contenitore di storie e identità diverse. Detto questo, mi sento libero di affermare che la saga delle candidature si è conclusa malamente. Quasi che l’impopolarità dell’attuale maggioranza e le promesse dei sondaggi abbiano prodotto nei vertici di ds e margherita un soprassalto di superficialitá e di spregio verso le attese della base. Doveva essere questa l’occasione per marcare la nostra diversità rispetto al pattume del centrodestra, soddisfando le aspettative di rinnovamento, moralità, competenza nutrite dagli elettori, portando a Strasburgo una squadra da scudetto. Invece le liste sono state blindate per garantire l’elezione sicura ai capilista contrattati dalle segreterie nazionali. Sono stati esclusi, con studiato accanimento, gli outsider che potevano provocare qualche sopresa, si è preferito inserire personaggi molto modesti e farcire il tutto con una buona dose di transfughi del centrodestra (ma come si fa a presentare nel Nord-Ovest, in un colpo solo, Marco Formentini e Vittorio Dotti? E chi sarà mai questo siciliano Latteri Ferdinando che in meno di 24 ore è riuscito a passare da Forza Italia alla candidatura?). Quello dell’elettore è un compito nobile, ma spesso arduo. Il 13 giugno purtroppo non potremo cantare. Niente “La canzone popolare”, niente “Una vita da mediano”, niente “Inno alla gioia”. Andremo in cabina mogi mogi. Per dovere, soltanto per dovere >

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Tito wrote:
< “L’Italia è piena di patrioti in Svizzera…”. Noi italiani in Svizzera vivremmo in Italia se ci trovassimo lavoro, veniamo in vacanza e in seconda e terza generazione storpiamo l’Italiano rimescolandolo tra veneto e calabrese, siciliano e abbruzzese, svizzerotedesco e francese, ma ci aggrappiamo all’italiano come ad un’identità e lo continuamo a parlare a costo di sforzi immensi, di generazione in generazione. Ma dell’Italia abbiamo un’idea precisa, sole, disoccupazione, mare, mafia, Ferrari, abusivismo, pallone, parenti lontani, mangiare e pazienza, tanta pazienza che si mischia all’odio per la pioggia, la neve, per il destino che abbiamo avuto a starcene altrove e per chi non ci ha dato lavoro o per chi ce l’ha fregato, gente piccola, un capomastro, l’appaltatore, l’azienda, andare via non è stato un gesto di patriottismo è stata una necessità, è molto più patriota chi dall’Italia si ricorda di noi >
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Io veramente mi riferivo a quei signori che prendono la cittadinanza svizzera (o, come nel caso della Fallaci, americana) per non pagare le tasse in Italia.

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Alberto Martano wrote:
< Ho scritto ai direttori di tg1, tg2, e tg 5 (agli altri mi pareva inutile scrivere), questa mail: Caro direttore, sono un ragazzo di 25 anni e abito a Chieri vicino a Torino. Sono stupito e un po’ preoccupato per il fatto il suo telegiornale, come del resto gli altri maggiori telegiornali nazionali, abbia trascurato una notizia a mio avviso molto importante e meritevole di attenzione. Il 5 aprile infatti si è aperta a Palermo la requisitoria del processo Dell’Utri. Spero che sia solo una svista e non una scelta editoriale e mi auguro che in seguito possiate raccontare il maniera obiettiva il processo, le tesi dell’accusa e le ragioni dei difensori, tenendo la popolazione italiana informata di un fatto così importante e dando spazio ai fatti più che alle opinioni >

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Toti wrote:
< Riguardo alla Difesa della Razza n.2, e alle preoccupazioni indebite di Samuel Hungtington, bisognerebbe rassicurare i lettori sulla loro totale infondatezza, in quanto “un’organizzazione nazionale che promuova l’interesse dei bianchi” già esiste in America sin dal lontanto 1492. Da allora è in miglioramento costante, nonostante apparenze contrarie. Di recente, poi, ascende a picco. Posso provarlo con esperienza quotidiana, possiamo provarlo in molti >

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Adriano wrote:
< In quanto ennese mi ritengo molto indignato dei toni sul politico che parla di appalti con i boss, soprattutto perchè non si fa nessun riferimento alla vergognosa tenuta di posizione del presidente della provincia che difendeva a spada tratta il personaggio nè del totale silenzio di tutta le altre forze politiche dell’isola (dalla destra alla sinistra) e nemmeno del totale isolamento politico di chi avrebbe voluto almeno parlarne con obiettività >

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stefano wrote:
< Trovo che il pezzo sulla Fallaci sia falso e strumentale. Vergogna e biasimo per chi mistifica e per chi dà del razzista a chi razzista non è. Lo stesso biasimo anche per chi è razzista >

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gorisavellini@katamail.com wrote:
< Sono in perfetto accordo con Gianni Donaudi quando dice che non esistono morti di serie A e di serie B. Ma. Un paese che ricorda e fa ricordare i caduti del fronte istriano e gli italiani che ne sono dovuti fuggire, dovrebbe anche ricordare gli orrori da noi commessi in quelle terre. Il fascismo di Salò aveva venduto al Reich tutto il Friuli orientale, e questo è un fatto. Per gli slavi d’Istria e Dalmazia dopo l’annessione all’Italia ci sono state persecuzioni e internamenti. Come per gli italiani di origine slava (“allogeni” nei verbali dell’epoca), internati in veri e propri campi di concentramento dove la morte arrivava col freddo e la fame: a Gorizia, Chiesanuova, Colfiorito, Gonars, Fertilia, Monigo, Cairo Montenotte, Rab e Zara. Nomi che per cinquant’anni abbiamo preferito dimenticare. Nessuno ricorda neppure l’assedio a Lubiana e tutti i nostri crimini nei Balcani sotto il comando dei generali Roatta e Robotti. Non creiamo due memorie distinte, due giorni diversi per ricordare i morti del confine, non voglio arrivare a vedere le commemorazioni delle foibe in italia e quelle dello sterminio degli slavi a Lubiana. I morti sono uguali e vanno ricordati tutti senza nascondere lo sporco sotto il tappeto. Solo così il passato non ritorna >

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bertarellipaolo@libero.it wrote:
< A quando la giornata Italiana della Memoria per i campi di concentramento da noi Italiani attrezzati in Libia? Oppure per i bombardamenti ed i gas tirati su Etiopi indifesi? oppure per le 250.000 vittime in Jugoslavia? Perchè non una giornata della Memoria dedicata a tutte le vite spezzate del Colonialismo Italiano? Penso che sia nato da questo contesto l’idea di Rifondazione di non dare il proprio assenso a questo tipo di operazione che non porta la verità storica, ma bensì nella solita visione patriottarda. Leggete i libri di testo sul colonialismo Italiano… alquanto ermetici e stringati sull’argomento, vero? >

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giapagg@tin.it wrote:
< L’Italia è l’unico paese che consente ai medici ed ai magistrati di scioperare senza essere cacciati. Vergognatevi di paragonare gli Israeliani ad Hitler, venduti ad Arafat ed al Petrolio >
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Non mi sembra di aver mai paragonato gli israeliani a Hitler. Paragonerei semmai Sharon a Milosevich.

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AntonellaConsoli <libera@libera.it> wrote:

Grande stella

< Piccolo fiore ti saluta.
Piccolo fiore ti chiede
di dormire nei suoi raggi >

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“A che serve vivere, se non c’è il coraggio di lottare?” (Giuseppe Fava)