San Libero – 93

Stamattina, svegliandomi, ho visto che il mondo c’e’ ancora e la cosa mi ha messo, devo dire, di buonumore. Specialmente quando Rembrandt e’ venuto a leccarmi la faccia e a manifestare con salti e scodinzoli il suo ottimismo per l’inizio di una nuova giornata. Non e’ da escludere che il mondo duri fino a lunedi’ prossimo, ed e’ con questo auspicio che volenterosamente iniziamo la Catena di questa settimana.


Militare. Toto’, come sapete, l’ha fatto a Cuneo. Dove il sindaco, l’anno scorso, aveva deciso di fargli un monumento. Per un po’ i lavori sono andati avanti. Poi l’assessore della Lega, incazzato, e’ andato dal signor sindaco ed e’ insorto: ma non lo sapeva dov’e’ nato Antonio De Curtis, detto Toto’? A Napoli! E noi vogliamo fare un monumento a un napoletano? In piena Padania? (la “provincia granda”, da qualche tempo, non e’ piu’ in Italia). Dibattito. Alla fine s’e’ deciso che il monumento a Toto’ non si fa. “Portatemi un attore padano, e io di monumenti gliene faccio non uno ma dieci: ma un napoletano!”. A Napoli, per ripicca, hanno deciso di fare un monumento ad Erminio Macario.
Risolta la questione, l’assessore e’ partito con gli altri colleghi per una importante cerimonia, la Benedizione del Po o qualcosa del genere; pare che sia un antico rito celta, officiato ogni anno in Italia da un ministro. Quest’anno l’hanno fatto un po’ in fretta perche’ c’era subito da mettersi a lavorare per organizzare ronde anti-arabi, camiciate verdi, cortei, leggi razziali, linciaggi di negri e zizzanie varie.


Militare. Partira’ per Kabul, o forse no. L’Italia, fedele all’alleato, e’ in guerra col talebano. Una guerra pero’ (ha spiegato il ministro) da intendersi in senso metaforico, morale: come la guerra alla fillossera all’abusivismo. Poi, dopo la telefonata (incazzata) dell’Ambasciatore, il ministro s’e’corretto ancora.
Allo stato, pare che la situazione sia la seguente: guerra morale per i soldati di leva; guerra reale per i “professionisti”, cioe’ per il ragazzo di Sassari che dopo la scuola s’e’ arruolato. In sostanza siamo cobelligeranti (1943). Oppure in “neutralita’ attiva” (1939).


America. A Kabul i ministeri – chiamiamoli cosi’ – hanno dei nomi molto fioriti. C’e’ il ministero della Virtu’, quello della Prevenzione del Vizio e cosi’ via. Gli americani pero’ sono riusciti a strappare ai talebani il creativo che escogita questi nomi, e che ora lavora per loro. Cosi’ la spedizione dei marines si chiamera’: “Operazione Giustizia Infinita”. Senz’altro e’ in stile; ma mi piacevano di piu’ i nomi dell’altra volta, lo Scudo del Deserto e la Tempesta. Immagino che se all’ultimo momento troveranno un nemico migliore, un Saddam o un Gheddafi, torneranno al desertico; nel caso Saddam basterebbe qualcosa tipo “Lo Scudo parte seconda”, i serial funzionano sempre, solo bisognera’ trovare qualcuno cui far fare il figlio di Schwarzkop, che era un caratterista molto bravo.

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E insomma, per un momento pareva tornato GI Joe. C’e’ un certo affetto per l’America, nel Dna di noi communisti vecchi. L’altro giorno passavo per il Ponte di Ferro, al Testaccio, dove i tedeschi fucilarono le ragazze che manifestavano per il pane, nel quarantatre’: poche settimane dopo arrivarono gli americani con le jeep, i carri armati, le chewing-gum – l’America che arriva, i fascisti che scappano, i fiori… Boh. Alle volte, uno vorrebbe ricrederci, a quell’America. Ma ne e’ passato di tempo. Forse l’America, quella e qualsiasi altra America, non c’e’ piu’.

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Di quelli che hanno ucciso l’America, in questo caso, alcuni – i talebani piu’ sfigati – saranno puniti. Ad altri, per esempio ai finanzieri sauditi, non verra’ fatto niente. Altri saranno premiati, ed e’ il caso dei generali pakistani che sono gli organizzatori e inventori dei talebani, che sanno tutto di Laden e se lo sono allevati in casa (i pakistani non appoggiano i talebani: i pakistani “sono” i talebani) e che pero’, per alte considerazioi politiche, in cambio del loro appoggio riceveranno denaro, armamenti e un pezzo di terra strappato all’India.
Non e’ nei pub di New York che e’ stato deciso questo. Nei pub ci si commuove, si canta l’inno, si ascolta con reverenza selvaggia il presidente e si va ferocemente ad arruolarsi per “fare giustizia”. Ma alla Casa Bianca si ragiona. E si decide che la giustizia, anche per questa volta, puo’ aspettare. Si colpiranno i colpevoli piu’ televisivi. Si manderanno teste di cuoio e bombardieri, e ci si faranno un paio di film sopra. Ma le radici di quel che e’ successo, consapevolmente, non verranno toccate. Per farlo bisognerebbe colpire interessi troppo forti, e bisognerebbe ristrutturare profondamente dei meccanismi – il segreto bancario, l’autonomia della grande finanza, il riconoscimento di poteri di fatto basati sul denaro – che i politici giudicano indispensabili al sistema.

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A me, come a tutti quanti, fa paura la parola guerra. In Inghilterra nel Trentotto, per esempio, anch’io avrei manifestato contro la guerra, come tutti i giovani migliori. Ma avrei sbagliato. Alcune guerre, per quanto raggricci dirlo, sono da fare. Questa del terrorismo, secondo me, e’ una di quelle: perche’ il terrorismo e’ pericolosissimo (la prossima volta useranno testate nucleari) e perche’ e’ la punta di lancia di un sistema di potere che parallelamente si muove sul piano finanziario. Responsabilmente, e sapendo che prima o poi si dovra’ intervenire, sarebbe stato meglio farlo tutti insieme, e farlo ora. Ma guerra e’ una parola seria, la piu’ seria di tutte; non e’ propaganda per i sondaggi. Guerra significa risolvere il problema terrorismo radicalmente, non solo in televisione. Pagare i prezzi necessari per questo, che sono altissimi sul piano militare (forse quasi un Vietnam), su quello politico (alleanza coi russi, sostegno ai palestinesi, sostegno ai movimenti del Terzo Mondo) e su quello economico-sociale (togliere i denti alle multinazionali, cancellare ogni potere che non sia democratico e statale).
Questo non puo’ farlo nessuno stato da solo, nemmeno il piu’ potente; non puo’ farlo la Nato, non puo’ farlo l’occidente. Non possono farlo intanto per una questione pratica – in realta’ non ne hanno le risorse militari – e poi per una questione storica, profonda: l’assetto dopo il secolo dei maasacri, il destino del pianeta per i prossimi anni, si decide qui. Nessuno puo’ deciderlo da solo. Non puo’ esserci un impero americano (o occidentale) come c’e’ stato quello britannico o quello romano, perche’ gli imperi possono esistere in un mondo di acune centinaia di abitanti, non in un pianeta di dieci miliardi.
Questa decisione – di far da se’, di immaginarsi come impero – e’ quella che Bush sta prendendo in questi giorni, e costera’ carissima al suo Paese e a tutti noi. Ma in realta’ era stata gia’ presa dieci anni fa da suo padre, quando si tratto’ di decidere rapidamente che cosa fare dell’Urss: sostenere Gorbaciov e darle il tempo di sopravvivere – e avere un interlocutore nel pianeta – o accelerare la sua scomparsa e rinunciare a dividere qualsiasi cosa con chiunque. E la’ e’ cominciato il diluvio: la lunga serie di guerre locali, libere finalmente da qualunque controllo bipolare, il sistematico smantellamento dell’Onu, le “operazioni di polizia” sempre piu’ unilaterali e sanguinose e destinate a suscitare sempre peggiori reazioni.
Non so cosa gli americani faranno adesso (dubito che lo sappia Bush) in Afganistan e altrove. La guerra no: della guerra, serviva solo la parola, ad uso del fronte interno. Ma le loro “operazioni di polizia” mi fanno molto piu’ paura delle loro guerre. Queste ultime prevedono alleanze, strategie, calcolo di equilibri. Le “operazioni di polizia” non prevedono niente, e procedono giorno per giorno.
Questa delle Due Torri sara’ dunque un’altra “operazione di polizia”, non una guerra; da sola, l’America non puo’ fare di piu’, e ha scelto di essere sola. Non spostera’ minimamente la situazione del terrorismo, che continuera’ ad essere finanziato; sara’ sempre piu’ frequente il caso della multinazionale che si trasforma in yakuza, ed esercita poteri statali (prima di quella di Laden, io ricordo la United Fruit in America Centrale).
Ci saranno altri attentati, piu’ gravi di questi, e altre reazioni egualmente cieche. Non ci sara’ – a meno di un diretto intervento degli dei, e dovranno essere dei molto benevoli – alcuna alleanza planetaria contro il terrorismo o per qualunque altra cosa, non ci sara’ nessuna istituzione mondiale come l’Onu con l’autorita’ di mediare nei momenti di orrore. Quando risorgera’ la Russia (un sesto del pianeta) dovremo inventarci da zero un qualsiasi rapporto con lei, e non e’ detto che vada bene. Se qualche paese del Terzo Mondo riuscira’ a venir fuori dal sottosviluppo (l’India ha gia’ oggi la quarta comunita’ mondiale di programmatori elettronici: ce la stiamo vendendo in cambio del sostegno dei generali pakistani) lo fara’ senza di noi, e spesso contro di noi.

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Un manifesto, ormai ingiallito, sui muri di una citta’ europa, ricorda “il peggiore massacro dalla fine della guerra mondiale”. E’ un buon manifesto, fatto in spirito di pace. Ma quella frase sfuggita, in assoluta buona fede, rivela la cultura profonda di chi l’ha scritto. Il Congo, l’Indonesia, la Cambogia, il Ruanda – certo, ci sono stati peggiori massacri” prima di questo: ma erano massacri di “negri”.

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L’aspetto macroeconomico dell’offensiva terroristica, e il fatto che le Due Torri possano essere state un segmento di un attacco prevalentemente finanziario, ormai sono corrente argomento di discussione, e in Italia persino nelle dichiarazioni di un ministro. Questo aspetto, che qui era stato individuato immediatamente, nei due- tre giorni dopo le Due Torri era stato praticamente assente dalla nostra stampa. In Europa, Le Monde invece aveva invece aperto subito con esso il proprio inserto finanziario. Un segno dell’approccio sempre piu’ istintivamente scoopistico e sempre meno analitico della stampa italiana.

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Ora, tutti licenziano. Ma chi non lavora non consuma. Ma i consumi delle famiglie, in America, erano in precipitazione gia’ prima. Adesso, si parla di un meno venti per cento in prospettiva: che, se non si fa qualcosa, sarebbe praticamente il Ventinove.
Crisi-disoccupazione-niente Stato-consumi bassi-flash di panico-altra crisi-altra disoccupazione…
Moltissimi anni fa, Keynes aveva detto qualcosa, a proposito di questo meccanismo. I talebani (o chi per loro…), dal loro punto di vista, l’hanno studiato attentamente. I nostri manager e i nostri maghi, a quanto pare, no.


E’ ormai senso comune l’idea che l’attacco alle Due Torri sia stato anche (e forse soprattutto) una fase di un piu’ complessivo attacco, da parte di un potere illegale, al sistema finanziario occidentale. Su questo aspetto pero’ – a differenza che su quelli ideologici, militari, ecc. – il dibattito stenta a concretizzarsi, a sedimentare proposte operative. In Italia, e’ quasi completamente assente.
Eppure proprio l’Italia, sul terreno dello scontro finanziario con poteri illegali, puo’ essere considerata un caso da manuale. Alla fine degli anni 70 una yakuza, Cosa Nostra, aveva accumulato somme ingentissime mediante il monopolio del commercio di droga; giunse a disporre di alcuni dei principali banchieri del Paese (Sindona, Calvi) e a infitrarsi in alcune banche centrali (l’Ambrosiano), operando contestualmente per il controllo del territorio in alcune province (in uno dei capoluoghi regionali, per un periodo di alcuni anni, i principali funzionari dello Stato venivano regolarmente assassinati appena entravano in funzione. Gli osservatori piu’ tradizionali attribuivano tutto cio’ ad alcune tribu’ tagliate fuori dello sviluppo e legate a culture arcaiche. Alcuni analisti (Chinnici, Giuliano, Colombo, Falcone e altri) sottolineavano invece le dimensioni raggiunte dal background politico-finanziario dell’organizzazione.
La situazione raggiunse livelli di drammaticita’ tali da sviluppare un ampio dibattito pubblico sull’argomento, e da indurre addirittura lo Stato a intervenire pesantemente e a tenere sotto pressione per alcuni anni il meccanismo illegale. Poi, sotto la spinta di influenze di varia natura, si decise invece che i costi generali di questo fronteggiamento erano troppo elevati, e si fece marcia indietro. Le strutture antimafia vennero smantellate, si rinuncio’ a qualsiasi forma di controllo dei background finanziari e tanto il dibattito pubblico quanto l’azione investigativa vennero circoscritti ai soli aspetti piu’ direttamente terroristici dell’organizzazione mafiosa.
Nel giro di pochi anni, naturalmente, la situazione precipito’. Nel 2000, secondo la Confcommercio, il quindici per cento del prodotto lordo italiano avrebbe avuto in maggiore o minor misura relazione con attivita’ finanziarie della criminalita’ organizzata. Quest’ultima, sempre secondo Confcommercio, nello stesso anno avrebbe “fatturato” nei suoi vari settori un giro d’affari di circa trecentomila miliardi di lire.
Un soggetto finanziario di tali dimensioni non puo’, ovviamente, mancare di avere una qualche influenza sulla determinazione degli indirizzi generali di un paese. Si instaura un circolo vizioso che, fino a questo momento, non e’ stato mai spezzato in alcun paese del mondo e che in alcuni casi (Colombia, Russia) ha finito per essere accettato dall’opinione pubblica come un fatto normale.

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L’America, piu’ in grande, forse sta ripercorrendo adesso la stessa strada dell’Italia. Ancora pochi mesi fa, per esempio, i rappresentanti statunitensi si erano opposti a forme di maggiore controllo sui “paradisi fiscali” per i quali transita la maggior parte del denaro riciclato o destinato ad usi illegali o anche terroristici. Nomi come Panama, Belize, San Vincent, Bahamas, Bermuda, Isole Vergini, Barbados, Santa Lucia, Malta, Monaco, Mauritius, Liechtestein, Cipro, Guerseney, Samoa, non corrispondono in realta’ a governi territoriali con una qualsiasi forma di controllo sul materiale finanziario in transito, comunque diretto. Indicano semplicemene dei luoghi sottratti a qualsiasi giurisdizione che non sia quella dei soggetti finanziari. Fra i quali rientrano, a pari titolo con gli altri, le yakuza. Nel caso di Montecarlo – per citarne uno – si e’ avuto un intervento ufficiale della magistratura francese che ha dichiarato di essere stata impedita nella prosecuzione di indagini.
Un sistema di venti o trenta “buchi neri”, di citta’-stato finalizzate solo a questa funzione, poteva produrre dei danni ieri, all’epoca delle economie nazionali. Oggi, con la globalizzazione, diventa un elemento determinante.

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Il caso Laden avrebbe potuto indurre a maggiori controlli sul sistema di gangli finanziari nel quale, a quanto sembra, e’ stato possibile alla multinazionale Laden operare come background di una strategia terrorista. In particolare, avrebbe potuto indurre all’applicazione – come misura d’emergenza – di norme relative alla trasparenza delle proprieta’ azionarie e dei meccanismi bancari, le stesse che in Italia erano state invocate – invano – dai magistrati impegnati contro le yakuza.
Questo avrebbe potuto permettere di acquisire elementi d’indagine sul terrorismo, e soprattutto di bloccare le strategie di terrorismo finanziario che sono l’altra faccia del terrorismo materiale. Ma avrebbe avuto costi altissimi, sul piano politico e culturale. E dunque, come a suo tempo in Italia, le autorita’ hanno finito per rinunciare a questa opzione e permettere che si sedimentassero tutti gli elementi esattamente opposti ad essa: l’incontrollabilita’ dei grandi soggetti finanziari, la non-trasparenza, la giungla.
E’ l’acqua in cui nuota il terrorismo: quando fa gli attentati e quando usa gli attentati per accelerare crisi. I “paradisi fiscali”, che prima erano il polmone finanziario di Cosa Nostra, ora lo sono nell’identica maniera di una “mafia” ben piu’ ambiziosa, che va molto ma molto oltre i talebani.


Promemoria. E’ difficile, per coloro che non sono siciliani, rendersi conto dell’aspetto piu’ propriamente “politico” della mafia. Non parliamo qui, s’intende, dei legami sempre piu’ stretti che la mafia ha via via potuto stringere con il mondo politico ufficiale, ma della presenza quotidiana, continua, infine – per l’appunto – “politica” con cui essa ha pesato in ogni aspetto della vita associativa siciliana: fino a diventarvi in larga misura egemone, imponendovi con la violenza un proprio modello di societa’ e dei propri modelli di comportamento individuali e collettivi. La mafia ha dato luogo, per oltre quarant’anni e per la maggior parte dell’isola, ad una vera e propria occupazione militare del territorio: con i suoi editti e i suoi bandi, le sue esecuzioni sommarie, la sua dose quotidiana di prepotenze spicciole; con i suoi corpi militari, ma anche il suo personale politico, i suoi amministratori, i suoi kapo’. Immaginate una repubblica di Salo’ che duri per quarant’anni ed avrete un’idea di che cosa possa essere la mafia, in linguaggio “milanese”.
In queste condizioni storiche, si e’ verificato in Sicilia un fenomeno non dissimile da quella che in altri tempi e luoghi d’Europa e’ stata la resistenza “politica” e clandestina contro i regimi nazifascisti. La nostra Resistenza e’ durata quarant’anni; ed ha avuto centinaia di morti. Ogni singolo diritto civile e’ stato conquistato – quando si e’ riuscito a conquistarlo – a prezzo di sangue. Ogni nostra sconfitta e’ stata pagata con la decimazione dei resistenti e la deportazione delle masse. Un quarto della popolazione attiva della nostra isola vive e lavora all’estero: le grandi ondate migratorie seguono la sconfitta della lotta sui feudi, quella della riforma agraria, quella delle lotte per l’acqua. Eppure, la Sicilia non si e’ mai arresa: negli anni quaranta fa le bandiere rosse dei braccianti, negli anni novanta le assemblee degli studenti; in nessun altro paese d’Europa tanta ostinazione e tanta disperata fierezza hanno tenuto campo cosi’ a lungo.
E i pochi uomini nostri – generalmente, e non a caso, percepiti altrove piu’ come capipopolo che come veri dirigenti politici – che hanno saputo esprimere la coscienza popolare vengono ricordati in Sicilia, assai piu’ che nella loro qualificazione ideologica, come capi di questa lotta; i Miraglia, i Li Causi, i La Torre sono innanzitutto, nella memoria popolare, i nemici della mafia; la stessa sinistra politica e sindacale, nei suoi momenti alti nelle zone piu’ aspre della Sicilia, e’ vista anzitutto come organizzazione di lotta contro il potere mafioso, e solo secondariamente in rapporto alle questioni “politiche” tradizionali. Interclassismo generico, qualunquismo? Basta guardare la piazza di un qualunque paesino dell’interno siciliano – la chiesa e il circolo dei civili su un lato della piazza; il punto di ritrovo dei braccianti e la lega contadina sull’altro – per comprendere come proprio la questione mafiosa sia la piu’ profondamente politica che oggi possa darsi nel Paese, quella che con maggiore verticalita’ e nettezza separa le classi, i comportamenti collettivi, i diversi modi di vivere e le diverse visioni del mondo, la societa’ insomma.


Terrorismo. Le scorte tolte a Colombo e alla Boccassini. Sembra una vendetta. Colombo era quello che indagava sulla P2, prima ancora di Mani Pulite. E la Bolcassini e’ quella che indaga – ora – su Berlusconi.


Finalmente. Lascia la magistratura il “giudice” Corrado Carnevale, presidente della prima sezione civile della Cassazione e uno dei principali nemici, all’epoca dell’Antimafia, di Falcone e Borsellino. Un’ostilita’ in parte spontanea e in parte ordinata dai mafiosi: alla fine, Carnevale fu condannato a sei anni per concorso esterno in associazione mafiosa e cionostante, per una leggerezza del Csm, fu mantenuto in servizio e destinato addirittura alla Cassazione. Gli auguriamo una vita abbastanza lunga da permettergli di scontare, esauriti gli appelli e i ricorsi, quei sei anni di carcere che premiano il suo impegno al servizio di Cosa Nostra.


Cronaca. Roma. Un ungherese fra i trenta e i quarant’anni e’ morto bruciato vivo nel rogo della sua baracca sul greto del Tevere, alla Magliana. Nella baracca vivevano in quattro. Non avendo un fornello, per cucinare usavano barattoli di latta e bottigli d’alcool: una di queste ultime ha preso fuoco.


Cronaca. Niscemi (Caltanissetta). Si incatenano nella stanza del sindaco per chiedere aiuto per il figlio malato. Denunciati per invasione di edificio, deturpamento, ecc.


Cronaca. Bel tempo a Napoli. Negli ultimi due giorni non ha piovuto, e quindi non e’ crollata nessuna palazzina e non e’ annegato nessuno.


Viviamo esattamente nel mondo di Andrea Pazienza.


Terzo momento

Quelli cosi'
muoiono a un angolo di strada
quando hanno fortuna
oppure in una camera d'albergo
con una valigia in un angolo e delle vecchie foto
e dei ricordi che disperatamente richiamano
per chiudere senza rancore

Nella soffitta davanti a uno specchio sbrecciato
la cameriera diciassettenne si prepara
a uscire col suo soldato
e a volte per vie irrazionali li raggiunge
il tenero di quell'attesa
e senza saperne il motivo fraternamente sorridono
e questo e' il loro solo paradiso