Che noia il posto fisso!


Speravo di potere svolgere il lavoro per cui avevo studiato

di Marcella Giammusso

Katia, 28 anni, bella presenza, spigliata, colta. Quando parla, ostenta molta sicurezza, ma nello stesso tempo esprime tanta modestia ed assennatezza. Fa parte di quell’immenso esercito di giovani dai trenta ai quaranta e passa anni che oggi vengono chiamati precari. Già, perché quelli che vanno dai venti ai trent’anni costituiscono il popolo degli stagisti, tirocinanti, sfruttati, che pur di avere un ricco curriculum lavorano per anni ed anni gratuitamente.

Katia inizia il suo racconto facendo trapelare l’emozione e la rabbia per le ingiustizie a cui sono sottoposte le giovani generazioni di oggi.

“Ho preso il diploma di tecnico dei Servizi Sociali a 18 anni alla scuola Lucia Mangano. Durante i cinque anni scolastici ho fatto tirocinio in varie istituzioni con bambini, anziani, tossicodipendenti, disabili. Quindi finiti gli studi ho fatto domanda di assunzione presso una casa di riposo in via Palermo, sperando di potere svolgere il lavoro per cui avevo studiato. In questo luogo, invece, il lavoro che mi offrivano era quello di pulire gli anziani, cambiare i pannoloni, sollevarli dal letto e servirli. Per fare questo genere di lavoro non occorre certo il diploma! Lavoravo sei ore per una paga di 20,00 euro al giorno.

Sono andata via per andare a lavorare presso un’altra casa di riposo a Motta Sant’Anastasia. Ma anche qui cercavano un tuttofare che assistesse gli anziani, per lo più non autosufficienti, ed in più bisognava preparare la cena e riordinare la cucina. Tutto questo per trecento euro al mese in dodici ore di lavoro ed una mezza giornata libera la settimana.

Me ne sono andata ed ho cercato di lavorare con i call center. Alla Alice Network sono stata quattro anni ed oltre a commercializzare diversi gestori come Tiscali, Telecom, Fastweb facevo anche i sondaggi politici durante le votazioni, e questi non sono autorizzati! Mi pagavano tre euro l’ora più gli incentivi e così arrivavo a prendere circa 400,00 euro al mese che non mi venivano corrisposti puntualmente. Quando si raggiunse un ritardo di otto mesi nel pagamento degli stipendi, i titolari fecero la proposta di erogare metà delle spettanze dovute perché la ditta era in crisi e quindi con la metà che avrebbero trattenuto ai dipendenti avrebbero risollevato le sorti dell’azienda. Io non ho accettato ed ho lasciato il lavoro. Ma non ho potuto prendere neanche la disoccupazione perché l’azienda non aveva pagato i contributi all’INPS.” “Ma non hai pensato di fare una vertenza all’Ispettorato del Lavoro?” “Io voglio lavorare, e avevo paura che se avessi fatto la verten- za non avrei più trovato lavoro!”, risponde Katia. “Dopo un po’ di tempo ho trovato lavoro presso l’Eurocall di Motta Sant’Anastia. Qui gli orari erano pesantissimi, dalle 6 alle 11 ore al giorno di lavoro per 5 euro lorde l’ora. Stanca, mi sono dimessa per andare a lavo- rare alla Telecom Business dove in un mese sono riuscita a guada- gnare solo 30 euro. Sono andata via rimettendoci anche i soldi della benzina. Adesso sono in cerca di lavoro, un lavoro qualsiasi. A giugno mi sposerò e le difficoltà sono tante, ma nonostante tutto io ed il mio ragazzo abbiamo preso ugualmente la decisione di sposarci.” “Vi stanno aiutando le vostre famiglie?”

“Lui non ha famiglia, è solo. Lavora con una cooperati- va e fa le pulizie. Non guadagna molto perché viene pagato in base alle ore lavorative. Solo la mia famiglia ci sta dando un aiuto per le spese del matrimonio. Cosa posso dire…? Non mollare mai. La vita è sempre una lotta e non bisogna mollare mai!” Katia resiste, ma quanti altri hanno la forza di andare avanti in queste difficoltà? Quando il Ministro Monti afferma che “il posto fisso a vita è una monotonia ed è bello cambiare”, ma in che mondo vive? Questa è una lotta per la sopravvivenza.