Siamo quello che vediamo

Fiction e mafia

foto e testo Salvatore David La Mendola

fiction1In questo mese girando per Catania mi sono imbattuto più di una volta nel set di una fiction televisiva, che proprio nella nostra città faceva le riprese. Non sapendo cosa fosse, ho avuto voglia di informarmi. Si tratta di “Squadra anti-mafia” e ho scoperto con tanta amarezza che come sempre la città viene sempre presa in considerazione, quando c’è da fare soldi e non informazione vera e propria, per una cosa che faremmo a meno di avere. Si tratta di una delle tante fiction di mafia che da molti anni a questa parte sono componente fissa del palinsesto televisivo di ogni rete.

La malavita in generale viene portata sul piccolo schermo, imponendosi al vastissimo pubblico nazionale. Ciò potrebbe essere uno dei migliori strumenti per diffondere la lotta e la resistenza a questo male. Ma, contrariamente alle nostre aspettative, molti di questi sceneggiati esaltano gli ideali e gli stereotipi della mentalità mafiosa; mettono in evidenza le pratiche e i metodi tipici delle attività criminali con lo sfondo di luoghi comuni grotteschi; e la cosa più ambigua avviene quando il personaggio principale, per intenderci quello buono, insomma ‘u picciottu/a’, passa in secondo piano perché il boss di turno viene esaltato nelle sue gesta.

fiction2Alcuni esempi? “Il capo dei capi” (fiction del 2007 che metteva in mostra la storia del pluriomicida Toto Riina), “L’onore e il rispetto” (famiglia meridionale al nord che da buona diventa cattiva per vendetta e diventa una delle più potenti famiglie), “Pupetta” (la storia di una donna pluriomicida camorrista che viene fatta passare per una femminista rivoluzionaria del sud), “Palermo / New York 1958”, “Baciamo le mani”, “l’ultimo padrino” e, tra quelli di maggior successo in questi anni, “Squadra anti-mafia” che come già detto fa spesso le sue riprese a Catania e provincia. Ma la lista sarebbe molto più lunga. I nostri dialetti e le nostre tradizioni e le nostre città vengono usate per far riemergere nell’immaginario collettivo italiano il mafioso con lupara-coppola-baffi, che parla come Marlon Brando ne “Il Padrino” di Coppola e che dice sempre e solo la famigghia. Ecco che per stigmatizzare la piaga del nostro paese, la si fa passare per una fiction.

C’è però da stare attenti nell’usare le parole, specialmente quando le prendiamo in prestito da altre lingue. La parola fiction viene dall’inglese e vuol dire letteralmente ‘finzione’. Cioè qualcosa di non reale, di fittizio, di falso. Ed è proprio questo il punto! Che fenomeni come cosa nostra, ndrangheta, camorra e compagnia bella vengano fatti passare come qualcosa che non esiste più, come se fossero ormai solo un avvenimento del passato.

fiction3Questo fenomeno sociale non sembra fermarsi, anche per i numerosi ascolti che vengono registrati. Il ruolo della tv è sempre più forte e la sua capacità di indirizzare le nostre scelte è molto potente. Considerando che la maggior parte delle informazioni apprese da un italiano medio provengono dalla televisione, e che gli ascolti delle serie televisive in questione superano nettamente quelle di un qualsiasi telegiornale, capiamo che la situazione è pessima. Sappiamo che quando mancano gli strumenti per un giudizio critico, siamo completamente in balia della prima opinione che ci viene propinata.

Mi sa che però non abbiamo scuse, quando ci facciamo abbindolare dal belloccio di turno mentre interpreta il boss, quando i valori meschini dei cosiddetti “uomini d’onore” vengono giustificati da chi è dietro lo schermo (perché col suo lavoro porta il messaggio sbagliato) e chi gli sta davanti (perché raccoglie quel messaggio e lo fa suo). Un tempo si diceva: “siamo quello che mangiamo”. In questo terzo millennio che ci porta verso la dittatura delle immagini, forse sarebbe meglio dire: siamo quello che vediamo.

fiction4Un tentativo per smentire queste caricature mediatiche è usare la nostra indignazione nei confronti di chi non ha rispetto né di quello che siamo realmente, né di quello che subiamo continuamente. Oltre il danno la beffa. Non solo dobbiamo sopportare l’abbandono a noi stessi contro il fenomeno mafioso, ma dobbiamo anche subire la sua messa in scena in modo romantico, un po’ folkloristico, quasi un’attrazione.

Contro questa pubblicità regresso nei confronti del meridione abbiamo un piccolo strumento tra le nostre mani: il telecomando. Allora cambiamo canale una volta per tutte.