“Picchì iddu sì e iù no?”

Ivana Sciacca
‘Ndo quatteri tra le pistole giocattolo e quelle vere

spazio-giochi, foto © Mara TrovatoNon sappiamo cosa passa nella mente di un bambino che non viene protetto come dovrebbe. Non possiamo sapere cosa si nasconde dietro quei silenzi interrotti solo da mezze frasi in dialetto stretto.
Come ci si sente ad essere esclusi senza sapere chi l’abbia deciso, perché. “Picchì iddu sì e iù no?” questa è l’unica domanda che continuano a porsi senza trovare risposta. E quando gli adulti non danno risposte, continuano a perpetrare danni su danni. E la rabbia aumenta finché prima o poi sfocerà in qualcosa di orribile, che invece sarà il risultato di tutto ciò che non si è stato in grado di fare.
“Tesoro, non sporcarti le manine con la sabbia se no la mamma non ti ci porta più al parco giochi!”. ‘Ndo quatteri questa frase non si sentirà mai perché tanto parchi giochi non ce ne sono e i bambini li vedi nelle viuzze strette, confondersi tra le macchine e il grigio dell’asfalto, in attesa che vengano le ore meno caotiche per potersi rincorrere o dare un calcio a un pallone.
Cartuzze-SanCristoforo, foto Alessandro RomeoLa cosa bella è che nonostante tutto giocano ancora. E se qualcuno pensa “poveri bambini”, io penso “poveri noi” che non abbiamo coscienza di quel diritto all’infanzia che ripetiamo come un mantra vuoto che non porta da nessuna parte.
E quando si gira per le stesse viuzze, vederli così piccoli e già con una pistola giocattolo tra le mani, il sangue gela perché il confine tra gioco e realtà è labile. La pistola potrebbe diventare vera e il gioco potrebbe finire nel peggiore dei modi. Forse la debolezza sta proprio qui: nello spacciare come un gioco quel diritto di essere bambino, un bambino che con prepotenza ottiene ciò che gli viene negato.
Quindi magari se i tuoi genitori non possono comprarti la bici perché a stento riescono a comprarti il pane, ecco che puoi rubarla la bici.
“Picchì iddu sì e iù no?”. Qualcuno deve farsi carico di questa domanda. Sindaco, assessori, consiglieri ma anche quei cittadini orgogliosi di essere tali: tutti devono farsi carico di queste disparità. Finché non lo faranno la violenza del silenzio continuerà a vincere.
Il diritto alla bellezza, quell’orgoglio di essere cittadini, ‘ndo quatteri si sciolgono come neve al sole. Quando gli altri bambini, senza avere nessuna colpa, hanno giocattoli, una casa, dei bei vestiti e fanno merenda allegramente, parlando in italiano, io che vivo in una casa che mi casca addosso, e litigo con mia sorella per chi deve spendere quell’unico euro trovato per caso, e quando apro bocca a stento riesco a farmi capire, cosa posso trovare di bello in quello che altri hanno e io non avrò mai? Qual è la mia colpa?
Alcuni sostengono che bisogna contaminarsi con la bellezza, scorgere la luce che ci circonda e smetterla di vedere nero ovunque. Ma io bambino ‘ndo quatteri li sfido a contaminarsi con la bruttezza che mi circonda ogni giorno e nella mia solitudine non mi stanco di urlare “Picchì iddu sì e iu no?”.